Il Refit modulare

Di sistemi e sottosistemi modulari si parla ormai da decenni. L’Industrial Design è portavoce della teoria e dell’applicazione pratica attraverso migliaia di esemplari che sfruttano tale metodo. Tra i vari prodotti simbolo di tale processo sicuramente non figura il “prodotto nautico”. Anche se merita richiamare come nel DNA nautico risieda una originaria concezione modulare. L’imbarcazione da diporto storicamente nasce con la volontà di ottenere dalla connessione dei diversi elementi costruttivi un elemento unitario. Il maestro d’ascia piegava a caldo ogni corso di fasciame seguendo la curva ideale per quella specifica carena. Il prodotto che otteneva era unico, ogni elemento era studiato e lavorato per formare una “tessera” della composizione.

La facilità con cui si ottiene un’imbarcazione monolitica in vetroresina ha portato a dimenticare questa originale cultura di progetto “modulare” delle imbarcazioni tradizionali, condizionando progettisti e costruttori a predisporre il lavoro privilegiando la sola ottica della costruzione e dell’esercizio. Alle problematiche legate alla ristrutturazione o alla demolizione del prodotto è stata dedicata minore attenzione.

Crescendo l’interesse per tali problematiche emerge in tutta evidenza come sia proprio la monoliticità delle imbarcazioni a determinare le principali difficoltà di ”ottimizzazione” operativa in fase di refitting: quando s’interviene sull’impiantistica di bordo inevitabilmente si coinvolgono gli elementi di arredo; la semplice sostituzione di tubazioni comporta quasi sempre lo smantellamento dell’allestimento con possibile perdita di parti importanti della costruzione. Comunemente la sostituzione di un elemento comporta la demolizione di altre parti e la loro successiva ricostruzione. E ciò può incidere profondamente sulle caratteristiche costitutive di una barca, costruita in modo unitario, con il rischio di snaturarne non solo singole componenti, ma soprattutto il suo equilibrio strutturale e l’armonia compositiva. Tali criticità si ripercuotono anche sulle fasi di smantellamento e smaltimento che nella maggior parte dei casi possono essere affrontate solo prevedendo la riduzione dello scafo in elementi più piccoli, attraverso processi di taglio e di rottura definitivi.

La presenza sul mercato di un rilevante numero di imbarcazioni di vetustà non eccessiva, ha posto le basi d’interesse per lo studio di processi atti a rivalorizzare tale potenziale esistente con soluzioni innovative in grado di mediare e risolvere nella logica della loro rivalutazione commerciale e tecnica i condizionamenti imposti dalle rigidità delle tecnologie costruttive adottate in fase costruttiva.

In questi termini la ricerca ha assunto che un adattamento a queste esigenze dei modelli adottati dal design modulare potesse rappresentare un contributo significativo per risolvere i problemi di rigidità che riducono le possibilità di apportare significativi up-grading alle imbarcazioni esistenti.
Attraverso questo approccio si possono mantenere ed estendere le specializzazioni di alto artigianato che contraddistinguono la filiera nautica toscana anche su imbarcazioni che per difetti di costruzione, vetustà o semplicemente per scelte progettuali, non hanno più valore commerciale significativo.

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